Il governo cancella la frase sullo “spopolamento irreversibile”: ma le aree interne meritano più di una correzione. Il ministro Tommaso Foti ha annunciato che verrà rimossa dal Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-2027 la controversa frase sull’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Una decisione che arriva dopo giorni di polemiche, ma che solleva interrogativi più profondi sulla reale volontà politica di investire nei territori interni.
La questione è esplosa quando è emerso che l’obiettivo 4 del Piano strategico prevedeva per alcune aree interne un accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile, definendo un cammino mirato per assistere queste zone su una strada di cronicizzazione del declino e invecchiamento. Parole che hanno fatto scalpore proprio nei giorni in cui veniva presentato il Rapporto montagne Italia, che documentava invece una controtendenza demografica nelle terre alte del Centro-Nord.
Il paradosso è evidente: mentre i dati mostrano segnali di rinnovato interesse per i territori montani e collinari, il governo elaborava strategie per gestire il loro abbandono. Come ha sottolineato Marco Bussone di Uncem, quella frase doveva essere eliminata per il bene del Paese.
Foti ha definito sterili le polemiche e ha annunciato una nuova cabina di regia che rimuoverà le frasi contestate, promettendo anche una misura specifica per le aree interne. Ma il presidente Uncem ha posto la questione centrale: per stralciare davvero quella logica di rassegnazione, occorre chiarire quanto si investirà concretamente sulle aree interne e montane dal 2026 al 2034.
La richiesta è quella di un’agenda europea e nazionale per le montagne e le aree interne, sul modello di quanto già esiste per le aree urbane. Solo così, secondo Uncem, si può evitare uno spopolamento che non è affatto irreversibile.
La marcia indietro del governo è certamente positiva, ma non basta modificare un documento per cambiare la realtà. Le aree interne rappresentano una parte fondamentale del nostro territorio nazionale, finora rimasta troppo nell’ombra delle politiche pubbliche. La vera sfida non è correggere una frase infelice, ma elaborare una strategia di lungo periodo che investa concretamente su questi territori.
Il ministro ha promesso il raddoppio del numero delle aree interne interessate dagli interventi, ma senza un impegno finanziario chiaro e misurabile, anche le promesse più ambiziose rischiano di rimanere sulla carta.
I territori interni non sono zone da accompagnare verso il declino, ma risorse da valorizzare. I dati del Rapporto montagne Italia dimostrano che esiste un potenziale di ripopolamento, purché si creino le condizioni giuste: servizi, connessioni, opportunità di lavoro e qualità della vita.
Ora serve una visione strategica che trasformi le aree interne da problema da gestire a opportunità da cogliere.