In Parlamento si sta discutendo la legge sull’autonomia differenziata voluta fermamente dalla Lega, nella persona del Ministro Calderoli, di cui abbiamo una lontana memoria, di grande vergogna per l’Italia: molti ricorderanno la pagliacciata del 2010 di Calderoli che bruciò su pubblica piazza, simbolicamente, le vecchie leggi italiane, attraverso la disposizione di un’abrogazione selvaggia di svariate disposizioni. Quello scherzo costò al Paese enormi problemi di funzionamento a livello di ordinamento giuridico e gravi danni ai cittadini. L’illustre Ministro Calderoli e il governo Berlusconi (ne faceva parte anche la Meloni) non si erano accorti che in Italia il legislatore ha la costante abitudine di aggiornare ogni legge mantenendo il titolo originario e la data di emissione del documento, ma modificando nel tempo il testo interno. Accadde un dramma: erano state abrogate migliaia di leggi, da quella sugli espropri, alle competenze dell’Inps o dell’Inail, ai contributi previdenziali e assicurativi, alle norme processuali; scomparve una parte di quelle sugli enti locali, spezzoni di norme civili (l’elenco è immenso: per fare un intero elenco ci vorrebbero almeno dieci pagine). Quando lo Stato si accorse dell’assurdità delle abrogazioni fu costretto, dall’oggi al domani, ad ……abrogare le abrogazioni di Calderoni emettendo una miriade di decreti (un elenco sconfinato), che rimettevano il sistema giuridico sul giusto binario.

Ora il Calderoli (Lega) ci riprova con l’autonomia differenziata, nonostante Svimez, Banca d’Italia, sindacati, presidenti di Regione e sindaci – oltre che tante associazioni di cittadini e cittadine – abbiano espresso durissime critiche al progetto del ministro. La Lega e – seppur ob torto collo – gli altri partiti della maggioranza vanno diritti per la loro strada e discutono la legge sull’autonomia differenziata in Parlamento.  Perché ob torto collo gli altri partiti della maggioranza? Perché non tutti della maggioranza di destra sono d’accordo, ma la partita è enorme: la destra meloniana e di Fratelli d’Italia accetta la proposta della Lega perché, al contempo, c’è da votare la riforma della Costituzione e del sistema elettorale, con cui si vuol concentrare i poteri supremi dello Stato nelle mani di pochi (il sistema elettorale proposto dalla destra assomiglia molto alla legge Acerbo che portò Mussolini al potere assoluto).

Che cosa è l’autonomia differenziata? Ha la finalità di spaccare lo Stato in mille rivoli, in cui le Regioni avranno piena autonomia, decisionale, di spesa e di auto-controllo. Innanzitutto, cosa potranno fare le Regioni? Sono ben 23 le materie che potranno essere devolute completamente alle Regioni: rapporti internazionali e con l’Unione Europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione (salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione dell’istruzione e della formazione professionale); professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale; organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione e sulla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Meno partecipazione e democrazia, una verticalizzazione del potere senza precedenti: si mettono in discussione due pilastri dell’unità nazionale come la scuola pubblica e il contratto nazionale di lavoro; al contempo, nessuna possibilità di adottare politiche industriali e di coesione nazionale, aumento delle diseguaglianze sociali e dei divari territoriali.

Una volta definite le intese il governo assegnerà alle Regioni anche il personale afferente alle materie richieste. Una domanda sorge spontanea: che fine faranno i contratti collettivi nazionali di lavoro? Il Veneto potrebbe decidere di retribuire in maniera differente dal Friuli Venezia Giulia gli insegnati e gli infermieri? E i lavoratori del porto di Genova avranno stessi diritti, stessi doveri e stesso salario di quelli del porto di Napoli?

La crisi sociale e democratica che stiamo vivendo può, e deve, essere affrontata attuando pienamente la nostra Costituzione, non stravolgendone principi e ordinamento, né abbandonando lo spirito con cui i Padri Costituenti hanno fondato la Repubblica antifascista nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro.

Oggi esistono già grandi differenze territoriali nell’erogazione dei servizi: ulteriori forme di autonomia, senza aver preliminarmente rese uguali le prestazioni, non solo cristallizzerebbero le disuguaglianze ma le aumenterebbero ancora di più. Si instaurerebbe, in termini di riscossione dei tributi, un nuovo principio non esistente nel nostro ordinamento costituzionale e normativo, quello dell’imposizione fiscale su base regionale (rapporto fiscale Regione-cittadino) e non nazionale (rapporto fiscale stato-cittadino): con i meccanismi proposti salta ancora una volta il principio costituzionale della progressività del sistema tributario basato sulla capacità contributiva di ogni cittadino prescindendo dalla residenza e dai confini territoriali dei governi locali. Una misura fondamentalmente regressiva.