
Come è noto, le elezioni non sono le olimpiadi: l’importante non è partecipare, ma vincere; e non abbiamo vinto.
Stavolta, le percentuali ipotetiche che ci hanno accompagnato, in forma di sondaggi, prima del voto, le abbiamo ritrovate pressoché tali e quali, in forma di risultati, dopo il voto.
In una campagna elettorale in cui ho conosciuto tante persone brave, appassionate, dedicate al bene comune, ho scoperto che l’Italia non è solo un paese di commissari tecnici della nazionale, ma anche un paese di segretari del PD.
Ma se si pensa che sia sufficiente cambiare segretario, per ridare slancio ad un Partito che ha un serio problema di consenso nel paese e di rappresentanza delle più profonde esigenze delle persone, delle loro aspirazioni, dei loro progetti di vita, non siamo sulla strada giusta.
I problemi vengono da lontano, richiedono un cambiamento profondo nel modo di fare politica e una seria riflessione sul modello di società che vogliamo realizzare e su come la vogliamo realizzare.
In estrema e cruda sintesi, si tratta di decidere se vogliamo rappresentare chi preferisce conservare gli assetti sociali, economici e territoriali esistenti, con il loro portato pesante di disuguaglianze, o chi vuole cambiare, riducendole radicalmente quelle disuguaglianze. Di questo si tratta, non di scegliere tra ‘massimalisti’ e ‘riformisti’, come sostiene chi rispolvera categorie novecentesche.
Si tratta di decidere se consideriamo gli obiettivi di sviluppo sostenibile disegnati ed approvati dall’Assemblea delle Nazioni Unite utopie di anime belle o, piuttosto, concreti traguardi da raggiungere con un’azione politica coraggiosa, radicale e caparbia.
Del resto, questi obiettivi parlano di lotta alla povertà, al cambiamento climatico e alle discriminazioni di ogni tipo, di benessere, lavoro e salute per tutti, di pace (ce la siamo scordata?), insomma di giustizia sociale e ambientale. Sono questi i nostri obiettivi, o no?
Se avremo la capacità di prendere questa decisione, il resto – compresa la scelta del/della segretariƏ del Partito – seguirà, per dir così, naturalmente.
Tra l’altro, ed è un elemento non secondario, è ora di lasciare da parte la ‘vocazione maggioritaria’ che, nel tempo, è diventata una trappola mortale, consistente nello stare al governo con chiunque e a qualunque costo. Con i risultati che abbiamo visto.
Proviamo a considerare invece l’esperienza fatta in queste poche settimane di campagna elettorale, sobria, povera di slogan ma ricca di contenuti, come un primo passo verso la riscoperta di un modo diverso di fare politica.
Una politica che sia coinvolgimento e ascolto. Una politica nella quale le persone trovino i temi che a loro stanno a cuore, le loro priorità, le loro aspirazioni, i loro desideri, le loro progettualità.
Una politica la cui stella polare torni ad essere il contrasto alle disuguaglianze sociali, economiche e territoriali.
Abbiamo provato a parlare di questo nella campagna elettorale, anziché di paure o di lusinghe.
Abbiamo provato, soprattutto, ad ascoltare, un ‘mestiere’ che la politica pare aver dimenticato. Abbiamo provato a comunicare entusiasmo e speranza, a scaldare gli animi.
Ma abbiamo capito che non bastano 4 settimane per (ri)acquistare credibilità su temi che riflettono una visione della società che metta le persone al centro del progetto; una visione alternativa – finalmente – al modello di normalizzazione neoliberista e autoritario proposto da chi si appresta, oggi, a governare il paese.
Ci vuole tempo e ci vogliono politiche coerenti su lavoro (per tutti, art. 4 della Costituzione), istruzione (per tutti, fino ai più alti gradi, art. 34 della Costituzione), salute (per tutti, artt. 32 e 41 della Costituzione), ambiente (per tutti, artt. 9 e 41 della Costituzione).
Ci sono tante persone, anche tanti giovani, disposte a impegnarsi su questo progetto. Ascoltiamole, diamo loro voce e spazio e vedremo ridursi il distacco dalla politica, che si esprime con voti ‘di protesta’, con schede bianche o nulle (oltre 1,3 milioni) e, soprattutto, con il desolante astensionismo (quasi 16,7 milioni).
Ci sono 18 milioni di elettrici ed elettori potenziali; riportare al voto una parte consistente di queste persone si può, anzi si deve, parlandoci e, ancor più, ascoltandole.
E se saremo convincenti, potremo tornare ad essere vincenti.
Fulvio Esposito